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dai GIORNALI di OGGI

Giustizia, intesa nel Pdl sulle intercettazioni

2009-01-28

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Dalessandro Giacomo

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2009-01-27

SCHEDA / Come funzionano le intercettazioni

27 gennaio 2009

A) Il Pubblico ministero fornisce al consulente i numeri di telefono d'interesse per verificare quali utenze l'indagato chiama, da quali riceve telefonate.

NOTA: Va considerato che se un soggetto acquista 5 carte Sim e possiede 5 apparecchi cellulari, l'utente è uno ma i record da controllare diventano molti di più.

B) Il consulente riceve l'incarico e chiede anche a più riprese al magistrato di inviare ai gestori telefonici i decreti con i numeri di telefono da verificare, mano a mano che questi emergono dai tabulati forniti dal gestore.

NOTA: Molto spesso, per snellire il lavoro, dopo l'invio una tantum della richiesta del magistrato, i contatti con i gestori telefonici vengono mantenuti direttamente dal consulente o dalla Pg, facendo riferimento al numero di decreto iniziale. Inoltre, a seguito della portabilità del numero, la richiesta raggiunge i diversi gestori, i quali individuano i propri clienti e forniscono all'Autorità Giudiziaria i tabulati di loro competenza.

C) Sulla base dei tabulati, il perito o la Pg analizzano i contatti relativi ai numeri di telefono d'interesse e individuano quelli più frequenti, o quelli concentrati in un dato arco temporale o geografico. Se occorre, procedono con la richiesta di nuovi tabulati.

NOTA: Dal 3 luglio 2008, i gestori sono tenuti a cancellare tutti i dati risalenti a due anni prima. Fino a quel momento, il Pm poteva richiedere ai gestori tabulati degli ultimi due anni (o anche di più ma solo per i reati indicati nella legge Pisanu su terrorismo e sicurezza dello Stato). Per le richieste di dati oltrei due anni fino a luglio occorreva l'autorizzazione del Gip.

D) Alcuni gestori forniscono i numeri già collegati a un'anagrafica dell'intestatario del contratto; ad altri, se il magistrato vuole abbinare un nome a un numero deve farne esplicita richiesta.

I numeri dell'archivio Genchi

A quanto è dato finora sapere, i server sequestrati nello studio di Genchi e analizzati dal Ros dei carabinieri hanno rivelato, nelle inchieste Why not e Poseidon l'avvenuta richiesta di:

1.042 tabulati dai quali risultavano

1.000.000 di contatti che hanno portato a

578.000 anagrafiche

 

       

 

CORRIERE della SERA

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2009-01-28

Di Pietro attacca Napolitano

"Troppi silenzi, il silenzio è mafioso"

La replica del Quirinale: "Espressioni offensive e pretestuose". Anche Fini lo difende alla Camera

ROMA - È il sequestro di uno striscione che riporta le parole "Napolitano dorme, l’Italia insorge", durante la manifestazione organizzata a piazza Farnese a Roma dall'Associazione nazionale vittime di mafia contro la sospensione decisa dal Csm del procuratore Apicella, l'occasione per il nuovo affondo di Antonio Di Pietro sul presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il leader dell’Italia dei Valori si rivolge al capo dello Stato dicendo: "Vogliono farci ancora una volta lo scherzetto di piazza Navona. Ma in una civile piazza c’è il diritto a manifestare. Presidente Napolitano, possiamo permetterci di accogliere in questa piazza chi non è d’accordo con alcuni suoi silenzi?". Ma Di Pietro va oltre e al giudizio della piazza associa il suo: "A Lei - prosegue - che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?". L'ex pm precisa che la critica viene fatta "rispettosamente", ma poi aggiunge: "Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso".

LA REPLICA DAL COLLE - Immediata la puntualizzazione del Quirinale, in una nota in cui si dice: "La presidenza della Repubblica è totalmente estranea alla vicenda dello striscione nella manifestazione svoltasi oggi in Piazza Farnese a Roma a cui fa riferimento l'onorevole Di Pietro. Del tutto pretestuose sono comunque da considerare le offensive espressioni usate dallo stesso onorevole Di Pietro per contestare presunti "silenzi" del Capo dello Stato, le cui prese di posizione avvengono nella scrupolosa osservanza delle prerogative che la Costituzione gli attribuisce".

FINI - Gli avvenimenti di piazza Farnese e gli attacchi di Antonio di Pietro al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, hanno avuto una eco immediata anche nell'aula di Montecitorio. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, tra l'altro ha detto: "La Camera dei deputati ritiene, e non potrebbe essere altrimenti, che il Presidente della Repubblica sia garante dei diritti e dei doveri dei cittadini e rispettoso e solerte difensore delle prerogative del Parlamento. L'aula ha ribadito il fatto che è lecito, com'è più che naturale in una democrazia, il diritto sacrosanto alla critica politica, ma che mai quel diritto può travalicare il rispetto a chi rappresenta tutta la nazione, al di là del fatto che sia stato espressione di un voto unanime o meno del Parlamento che lo ha eletto".

"SI VERGOGNI E SI SCUSI" - Le parole di Di Pietro sollevano un polverone di critiche soprattutto nel centrodestra. Ma anche Vannino Chiti, vicepresidente del Senato ed esponente del Pd, replica duramente alle dichiarazioni del leader Idv. "Le affermazioni di Di Pietro nei confronti del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sono ingiurie inammissibili. Deve vergognarsi e scusarsi. Il suo è un contributo al degrado della vita politica e al diffondersi della sfiducia nelle istituzioni. Dovremo tenerne conto - avverte Chiti - nei rapporti politici con Di Pietro".

IL GUARDASIGILLI: "IL PD RIFLETTA" - Una riflessione sul rapporto tra Pd e Idv la fa il Guardasigilli Angelino Alfano, al termine della seduta della Camera che ha approvato la sua relazione sullo stato della giustizia. "Un risultato molto soddisfacente quello che viene oggi dall'Aula di Montecitorio sul tema delle riforme della giustizia. Ora il Partito democratico - ha proseguito Alfano - dovrebbe fare una profonda riflessione perché si è ritrovato da solo con Di Pietro per di più mentre l'Italia dei Valori era in piazza con striscioni contro il capo dello Stato".

UN MIGLIAIO IN PIAZZA - Teatro del duro attacco di Di Pietro al Colle è la manifestazione sulla giustizia organizzata da Sonia Alfano. Un migliaio di persone circa ha risposto all’appello dell’Associazione nazionale vittime di mafia, dell’Italia dei valori e di una serie di organizzazioni e di personalità e si è radunato in piazza Farnese a Roma per manifestare a difesa della democrazia e della "legalità costituzionale". Al centro della protesta, la sospensione decisa dal Csm del procuratore capo di Salerno Luigi Apicella, secondo un volantino diffuso dai promotori, segnale di "grave ingerenza del potere politico nei confronti dell’autonomia della magistratura". Tra i protagonisti della giornata, che si alternano sul palco allestito di fronte al palazzo dell’Ambasciata francese, Salvatore Borsellino, Beppe Grillo (protagonista di un nuovo show a tutto campo contro governo e opposizione) Marco Travaglio e il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro. "Punire dei magistrati per aver tentato di fare rispettare la legge a politici, magistrati e imprenditori corrotti rientra in una logica dittatoriale alla quale noi come familiari degli uomini e delle donne morti in difesa della democrazia abbiamo il dovere di ribellarci" ha scritto il presidente dell'Associazione Familiari Vittime di Mafia Sonia Alfano su Facebook.

28 gennaio 2009

 

 

 

 

Intercettazioni, intesa Pdl-Lega:

stretta sulla durata, non sui reati

Serviranno "gravi indizi di colpevolezza" per chiedere di avviarle e non potranno durare più di 45 giorni

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (Reuters)

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (Reuters)

ROMA - Un vertice per sciogliere gli ultimi nodi e, alla fine, intesa raggiunta nella maggioranza sul ddl intercettazioni. Nonostante l'assenza di Silvio Berlusconi. In ogni caso, la stretta sulle intercettazioni ci sarà, ma riguarderà solo la durata: 45 giorni prorogabili di 15, con la sola eccezione dei reati per mafia e terrorismo.

LA RIUNIONE - In mattinata il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha riunito i capigruppo di Pdl e Lega a palazzo Grazioli: era atteso anche il presidente del Consiglio che ha però dovuto dare forfait a causa di un "raffreddore". Proprio il premier era tornato in pressing nelle ultime ore perché si arrivasse a un'intesa. L'accordo sarà adesso messo nero su bianco dal Guardasigilli sotto forma di emendamento da presentare al ddl intercettazioni, attualmente all’esame della Camera. Non si interverrà dunque sulla tipologia dei reati intercettabili, punto questo sul quale gli alleati avevano a più riprese insistito.

DURATA E COLPEVOLEZZA - Si potranno insomma intercettare tutti i reati con pene superiori ai cinque anni, come prevede la legge attuale, ma la durata dell'ascolto non potrà superare i 45 giorni, prorogabili per altri 15. Per i magistrati responsabili di aver violato il segreto istruttorio, inoltre, scatterà la responsabilità disciplinare e potranno essere trasferiti. Non solo. I magistrati, per chiedere di poter fare delle intercettazioni, non dovranno più avere tra le mani solo "gravi indizi di reato", come prevedeva il testo Alfano, ma dovranno basarsi su "gravi indizi di colpevolezza". Su questo punto, spiega il responsabile Giustizia della Lega Matteo Brigandì, uno dei protagonisti della trattativa, l'accordo "è stato praticamente unanime". "Se la legge attuale sulle intercettazioni infatti fosse stata rispettata e applicata alla lettera - sottolinea il deputato leghista - non ci sarebbe stato alcun bisogno di modificare la normativa. E invece siccome non siamo in una situazione fisiologica, ma patologica, la riforma si è dovuta fare. Perché vogliamo fare del tutto per evitare che continuino gli abusi". Nel corso della riunione alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa, si è deciso anche di accogliere il principio contenuto nell'emendamento presentato da Francesco Paolo Sisto (Pdl) secondo il quale non si potrà in alcun modo pubblicare il nome del magistrato titolare dell'indagine. Poi si è stabilito di fissare un tetto al budget di spesa visto che il Guardasigilli, nella sua relazione sulla Giustizia alla Camera, ha ricordato che i costi delle intercettazioni sono ormai fuori controllo. E su questo fronte è stato accolto un emendamento dell'Udc che prevede la possibilità per ogni Procura di avere un suo budget: finito quello, finisce ogni possibilità di 'ascoltare' gli accusati.

REPUBBLICA

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2009-01-28

A Roma durante una manifestazione dell'Idv tolto lo striscione 'Napolitano dorme'

L'ex magistrato: "Il silenzio è mafioso". Il Colle risponde: "Parole pretestuose"

Scontro tra Di Pietro e il Quirinale

"Non è arbitro". La replica: "Offensivo"

Fini: "Lecito criticare, ma senza oltrepassare i limiti". Veltroni: "Inaccettabile e inqualificabile"

<b>Scontro tra Di Pietro e il Quirinale<br/>"Non è arbitro". La replica: "Offensivo"</b>

Antonio Di Pietro

ROMA - Parole grosse contro il presidente della Repubblica a una manifestazione con l'Italia dei Valori. Antonio Di Pietro ha accusato Napolitano di non essere un "arbitro imparziale" e di tacere su alcuni temi come la giustizia e il Lodo Alfano. Le critiche hanno provocato subito la reazione del mondo politico. Da Montecitorio è stata espressa solidarietà al presidente e anche il Quirinale ha replicato giudicando "offensivo" contestare presunti "silenzi".

Fischi contro Napolitano. Durante la manifestazione, in piazza Farnese a Roma, contro la riforma della giustizia targata centrodestra e in difesa del procuratore di Salerno Luigi Apicella, convocata dall'Associazione nazionale vittime di mafia e dall'Italia dei Valori, dalla piazza sono partiti fischi contro il presidente della Repubblica quando è stato rimosso uno striscione sul quale era scritto "Napolitano dorme, l'Italia insorge".

Di Pietro: "Giudizio poco da arbitro". Dal palco, Antonio Di Pietro ha stigmatizzato la rimozione dello striscione e si è rivolto direttamente al capo dello Stato: "Lei dovrebbe essere l'arbitro, a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzi. Noi la rispettiamo - ha aggiunto il leader Idv - ma lo possiamo dire o no, rispettosamente, che non siamo d'accordo che si lasci passare il Lodo Alfano, che non siamo d'accordo nel vedere i terroristi che fanno i sapientoni mentre le vittime vengono dimenticate?". "Il silenzio è mafioso, e per questo non voglio rimanere in silenzio", ha detto ancora Di Pietro, che poi si è di nuovo rivolto a Napolitano: "Dica che i mercanti devono andare fuori dal tempio, dal Parlamento e noi lo approveremo".

I motivi della protesta. Al centro della protesta la sospensione, decisa dal Csm, del procuratore capo di Salerno Luigi Apicella, un provvedimento che, secondo un volantino diffuso dai promotori, sarebbe segnale di "grave ingerenza del potere politico nei confronti dell'autonomia della magistratura". Tra i protagonisti della giornata, che si alternano sul palco allestito di fronte al palazzo dell'ambasciata francese, Salvatore Borsellino, Beppe Grillo, Marco Travaglio e Antonio Di Pietro.

La replica del Quirinale. La Presidenza della Repubblica - si legge in un comunicato - è totalmente estranea alla vicenda dello striscione nella manifestazione svoltasi oggi in piazza Farnese a cui fa riferimento l'onerevole Di Pietro. Del tutto pretestuose sono comunque da considerare le offensive espressioni usate per contestare presunti "silenzi" del capo dello Stato, le cui prese di posizione avvengono nella scrupolosa osservanza delle prerogative che la Costituzione gli attribuisce.

Solidarietà a Napolitano dai parlamentari. Gli avvenimenti di piazza Farnese hanno avuto subito una vasta eco nell'aula di Montecitorio. "La Camera dei deputati ritiene - ha detto il presidente Fini - che il presidente della Repubblica sia garante dei diritti e dei doveri dei cittadini e rispettoso e solerte difensore delle prerogative del Parlamento. L'aula ha ribadito il fatto che è lecito, com'è più che naturale in una democrazia, il diritto sacrosanto alla critica politica, ma che mai quel diritto può travalicare il rispetto a chi rappresenta tutta la nazione, al di là del fatto che sia stato espressione di un voto unanime omeno del Parlamento che lo ha eletto".

Veltroni: "Inaccettabile e inqualificabile". Anche il leader del Pd Walter Veltroni ha stigmatizzato le parole di Di Pietro. "Il ruolo e le parole del presidente della Repubblica - ha detto - non possono essere messe in discussione né essere oggetto di polemiche politiche strumentali. In un momento difficile per il paese il presidente Napolitano rappresenta un punto di riferimento per l'intero paese, per il suo ruolo di garanzia, per la saggezza e l'equilibrio dei suoi interventi". "Quanto accaduto a piazza Farnese - ha aggiunto Veltroni - le frasi pronunciate da Di Pietro, gli striscioni esibiti sono inaccettabili e inqualificabili. Torniamo ad esprimere al capo dello Stato la nostra piena solidarietà e fiducia".

(28 gennaio 2009)

 

 

L'UNITA'

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2009-01-28

Di Pietro attacca Napolitano: "Il silenzio è da mafiosi". Bufera sul leader Idv

È bufera su Antonio Di Pietro per le sue affermazioni sul Capo dello Stato, Napolitano. "Noi la rispettiamo - ha assicurato il leader Idv - ma lo possiamo dire o no, rispettosamente, che non siamo d'accordo che si lasci passare il Lodo Alfano, che non siamo d'accordo nel vedere i terroristi che fanno i sapientoni mentre le vittime vengono dimenticate?".

"Il silenzio è mafioso e per questo non voglio rimanere in silenzio", ha insistito Di Pietro. E di nuovo rivolto al Presidente della Repubblica, ha aggiunto: "Dica che i mercanti devono andare fuori dal tempio, dal Parlamento e noi lo approveremo".

Le dichiarazioni di Di Pietro sono arrivate dopo i fischi partiti da alcuni dei partecipanti, a piazza Farnese, a Roma, alla manifestazione dell'Italia dei Valori. A causare la reazione della folla è stato la rimozione di uno striscione su cui era scritto: "Napolitano dorme, l'Italia insorge". Dal palco, Antonio Di Pietro ha stigmatizzato la rimozione dello striscione e si è rivolto direttamente a Napolitano: "Lei dovrebbe essere l'arbitro, a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzi", ha detto.

Le dichiarazioni di Di Pietro sono subito state attaccate dal resto delle forze politiche e una nota del Quirinale ha spiegato che il Colle era "totalmente estraneo alla vicenda dello striscione nella manifestazione di Piazza Farnese" e definisce "del tutto pretestuose comunque da considerare le offensive espressioni usate dallo stesso Di Pietro per contestare presunti 'silenzi' del capo dello Stato, le cui prese di posizione avvengono nella scrupolosa osservanza delle prerogative che la Costituzione gli attribuisce".

Sulla vicenda è intervenuto in Aula alla Camera il presidente Gianfranco Fini: "L'aula ribadisce il fatto che è lecito, com'è più che naturale in una democrazia, il diritto sacrosanto alla critica politica, ma che mai quel diritto può travalicare il rispetto a chi rappresenta tutta la nazione. L'applauso corale - ha proseguito Fini - con cui l'Aula ha salutato gli interventi a solidarietà per il presidente Napolitano è la più evidente dimostrazione di come il presidente della Repubblica rappresenti non solo per la Costituzione l'intera Nazione ma anche che la Camera ritenga che l'attuale presidente sia garante solerte dei diritti e dei doveri dei cittadini e rispetti e difenda le prerogative del Parlamento".

Dure critiche a Di Pietro sono venute da Walter Veltroni. "Il ruolo e le parole del presidente della Repubblica non possono essere messe in discussione nè essere oggetto di polemiche politiche strumentali", ha dichiarato il segretario del Pd in una nota. "In un momento difficile per il paese il presidente Napolitano rappresenta un punto di riferimento per l'intero paese, per il suo ruolo di garanzia, per la saggezza e l'equilibrio dei suoi interventi", ha sottolineato. "Quanto accaduto a piazza Farnese, le frasi pronunciate dall'onorevole Di Pietro, gli striscioni esibiti sono inaccettabili e inqualificabili", ha poi commentato, "torniamo a esprimere al capo dello Stato la nostra piena solidarietà e fiducia".

Critiche anche dal resto del Pd: "Conosco la passione che guida da sempre l'azione politica di Antonio Di Pietro. La conosco e la condivido, anche se non sempre ho condiviso anzi talvolta ho dissentito da suoi gesti, scelte o espressioni. Mi consenta Di Pietro di dissentire dal suo attacco al Presidente Napolitano" ha detto Arturo Parisi.

28 gennaio 2009

 

 

 

 

 

Intercettazioni, stretta sui magistrati

Si potranno intercettare tutti i reati con pene superiori ai cinque anni, come prevede la legge attuale, ma la durata dell'ascolto non potrà superare i 45 giorni, prorogabili per altri 15. Per i magistrati responsabili di aver violato il segreto istruttorio, inoltre, scatterà la responsabilità disciplinare e potranno essere trasferiti: la maggioranza, dopo giorni di confronti e riunioni fiume, trova la famosa "quadra" sulle intercettazioni, così come annunciato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano la settimana scorsa. E

si prepara a ritirare molti degli emendamenti presentati in commissione al disegno di legge del governo.

Il vertice convocato a Palazzo Grazioli tra i '"tecnici" della giustizia del centrodestra alla fine si dimostra risolutivo: non ci sarà nessuna lista dei reati che si potranno intercettare, ma si introdurrà un principio che potrebbe cambiare volto all'intero sistema. I magistrati, per chiedere di poter fare delle intercettazioni, non dovranno più avere tra le mani solo "gravi indizi di reato", come prevedeva il testo Alfano, ma dovranno basarsi su "gravi indizi di colpevolezza".

Su questo punto, spiega il responsabile Giustizia della Lega Matteo Brigandì, uno dei protagonisti della trattativa, l'accordo "è stato praticamente unanime". "Se la legge attuale sulle intercettazioni infatti fosse stata rispettata e applicata alla lettera - sottolinea il deputato leghista - non ci sarebbe stato alcun bisogno di modificare la normativa. E invece siccome non siamo in una situazione fisiologica, ma patologica, la riforma si è dovuta fare. Perchè vogliamo fare del tutto per evitare che continuino gli abusi". Nel corso della riunione alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il

capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa, si è deciso anche di accogliere il principio contenuto nell'emendamento presentato da Francesco Paolo Sisto (Pdl) secondo il quale non si potrà in alcun modo pubblicare il nome del magistrato

titolare dell'indagine. Poi si è stabilito di fissare un tetto al budget di spesa visto che, anche oggi, il Guardasigilli, nella sua relazione sulla Giustizia alla Camera, ha ricordato che i costi delle intercettazioni sono ormai fuori controllo. Lo saprà il ministro che le Procure spesso non hanno neppure la carta per fare le fotocopie?

E su questo fronte è stato accolto un emendamento dell'Udc che prevede la possibilità per ogni Procura di avere un suo budget: finito quello, finita ogni possibilità di '"ascoltar" gli accusati. "Volevamo evitare in questo modo - commenta il deputato centrista Roberto Rao - la cosiddetta "pesca a strascico" e cioè ho tutti i soldi che voglio intercetto tutto. In questo modo, invece, si sarà costretti a fare le cose in modo più razionale e mirato". Se poi verrà aperto un procedimento a carico di ignoti per una fuga di notizie, questo, come competenza, passerà al distretto di Corte d'Appello più vicino.

Domani stesso - ha annunciato Alfano in serata - presenterò un emendamento per togliere dal ddl la previsione del carcere per i giornalisti". Anche se, ha avvertito, "si affermerà comunque il principio di responsabilità del giornale, cioè dell'editore". Particolarmente soddisfatto La Russa, che ha parlato di "una decisione comune che va nella direzione che abbiamo sempre

sostenuto e cioè di non impedire che le intercettazioni possano essere utilizzate come strumento di indagine, ma di evitare al

tempo stesso abusi sia nella loro pubblicazione che nella loro durata".

Domande: e allora gli stupratori di Guidonia presi grazie alle intercettazioni?

27 gennaio 2009

 

 

 

 

 

il SOLE 24 ORE

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2009-01-27

Giustizia, intesa nel Pdl sulle intercettazioni

di Nicoletta Cottone

27 gennaio 2009

La maggioranza ha raggiunto in serata una intesa sul disegno di legge sulle intercettazioni.

Il giro di vite non toccherà l'elenco dei

reati "ascoltabili", che non viene modificato rispetto a quello attuale, dunque tutti i reati con un limite di pena di 5 anni. È caduto, dunque, il limite di 10 anni della prima stesura del provvedimento. Viene, invece, modificata la durata: 45 giorni prorogabili di 15, con la sola eccezione dei reati per mafia e terrorismo. Sarà possibile disporre gli ascolti solo per gli indagati sui quali ci sia "un grave indizio di colpevolezza". L'accordo raggiunto sarà trasformato in un emendamento del Guardasigilli da al ddl intercettazioni, attualmente all'esame della Camera. Niente carcere, invece, per i giornalisti, ha sottolineato il ministro della Giustizia Angelino Alfano: si "afferma il principio di responsabilità del giornale, cioè dell'editore".

Negli emendamenti Bongiorno pene più severe per i giornalisti. Pene più severe per i giornalisti che divulgano intercettazioni. Lo prevedono alcuni emendamenti presentati da Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera e relatore del provvedimento. La Bongiorno ha presentato 10 emendamenti al testo del Governo con i quali, aumenta la condanna detentiva se a essere pubblicati sono atti di cui è stata disposta la distruzione. Emendamenti che si aggiungono alle circa 400 modifiche presentate che inizieranno a essere esaminate domani. La relatrice ha anche proposto che la pubblicazione arbitraria di atti del procedimento penale sia punibile con l'arresto fino a sei mesi "o con l'ammenda fino a 10.000 euro". Dunque aumenta l'ammenda, ma in alternativa al carcere. Nel ddl Alfano, infatti, si prevede il carcere "fino a sei mesi e con l'ammenda da euro 250 a euro 750".

Fra le altre novità Bongiorno la proroga delle intercettazioni per ulteriori 60 giorni, deve essere autorizzata prima dal capo dell'ufficio. Proposto anche quella di allargare la platea dei reati intercettabili aggiungendo anche la ricettazione, l'estorsione, la rapina, gli atti sessuali con una minorenne, la violenza sessuale, il sequestro di persona. Chiesto anche di svincolare le intercettazioni ambientali per i reati di mafia e di terrorismo dal presupposto, previsto nel testo del Governo, che si proceda solo "se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi" in cui sono disposte "si stia svolgendo l'attività criminale".

Fnsi: il ddl è incompatibile con la libertà di stampa. Per la Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi) il disegno di legge è incompatibile con la libertà di stampa. In una nota la Federazione precisa che "il confronto ripreso in queste ore sul ddl intercettazioni non può diventare motivo di cancellazione della cronaca giudiziaria, né dell'introduzione di impropria limitazione al diritto dei cittadini all'informazione su come procedono le inchieste e sui loro contenuti". Per la Fnsi "immaginare di punire, di volta in volta, con pesanti sanzioni, i giornalisti o gli editori equivale a una invocazione del delitto di omissione che non trova alcuna giustificazione nei Paesi in cui la stampa libera contraddistingue i caratteri dei sistemi democratici. Gli anticorpi agli eventuali orrori di stampa esistono e se gli strumenti attuativi non funzionano al meglio, occorre semmai correggere questi e non introdurre bavagli ingiustificati".

Il sindacato dei giornalisti sottolinea che le notizie di rilevanza penale e comunque di pubblico interesse, se conosciute da un giornalista, debbono essere pubblicate, come impone la legge, l'etica professionale e il buon senso. Per la Federazione le intercettazioni legittime sono disposte dalla magistratura e quando finiscono in atti giudiziari diventano atti pubblici. "Il segreto deve essere limitato nel tempo. Ma il pubblico interesse all'informazione (come dimostrano molti casi di giustizia lenta, insufficiente e talvolta ingiusta) non può essere negato sui fatti e le circostanze di rilevanza civile. Questo principio è di valore assoluto e innegabile, come ha sentenziato la Corte di Giustizia europea".

 

 

Alfano: "La spesa per le intercettazioni è fuori controllo"

di Nicoletta Cottone

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27 gennaio 2009

La relazione del ministro Alfano alla Camera dei Deputati (Lapresse)

La spesa per le intercettazioni è fuori controllo e l'inefficienza del sistema giudiziario ha superato i limiti di tollerabilità. Lo ha sottolineato il Guardasigilli, Angelino Alfano, nella sua relazione sullo stato della Giustizia in aula alla Camera, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Il ministro della Giustizia ha detto che il monitoraggio del ministero ha rilevato uno "spreco di denaro dei cittadini per il pagamento delle intercettazioni telefoniche e ambientali", ha "messo in luce un andamento dei costi impressionanti". Alfano ha anche puntato l'obiettivo sui procuratori della Repubblica che "non esercitano alcuna verifica su tale tipologia di spesa, ormai fuori controllo e si tratta di centinaia di milioni di euro".

Giustizia, lentezza e inefficienza oltre i limiti. Il grande "avversario" della giustizia italiana è la "lentezza": l'"inefficienza del sistema ha oltrepassato ogni limite di tollerabilità". E l'inefficienza del sistema della giustizia italiana "coinvolge negativamente lo sviluppo del Paese". Lo ha sottolineato il Guardasigilli, Angelino Alfano, nella sua relazione sullo stato della Giustizia in aula alla Camera, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "La questione giustizia - dice - è un vera priorità nazionale.C'è un'emergenza penale e civile che coinvolge negativamente anche lo sviluppo economico del Paese". Insomma, c'è la "necessità improcrastinabile di recuperare la credibilità del sistema da parte dei cittadini. La conservazione dell'esistente non è più ipotizzabile".

Alfano ha sottolineato che si procederà "alle riforme ordinamentali e processuali", sia in materia

penale che civile. Bisogna tener conto dei principi del "giusto processo, sancito nella Costituzione" ma non ancora "entrato nell'esercizio processuale quotidiano". Per il Guardasigilli, poi, per la giustizia civile bisogna eliminare il macigno dei procedimenti arretrati. Il progetto in materia di giustizia penale prevede un intervento per garantire un "diritto processuale giusto, rispettoso delle esigenze investigative e della dignità delle persone".

Controlli sulla professionalità dei magistrati. Alfano vuole modifiche nel sistema di controlli "per verificare la professionalità dei magistrati, per garantire che il loro operato non sia mero arbitrio o autoreferenzialità". Secondo il Guardasigilli serve "un sistema che sappia individuare magistrati in grado di dirigere gli uffici per capacità e non per appartenenza alle correnti, con un sistema di nomine che ricorda sempre più un criticatissimo manuale che faceva parte dell'armamentario della prima Repubblica". Alfano ha sottolineato che gli incarichi devono essere distribuiti ai magistrati per promuoverne efficienza e preparazione.

Inaccettabile lo scontro fra procure. Quello fra le Procure di Salerno e Catanzaro è stato uno

"scontro inaccettabile" e serve "recuperare la fiducia dei cittadini". Alfano ha segnalato di aver promosso complessivamente - dal suo insediamento alla guida del ministero - 41 azioni disciplinari nei confronti dei magistrati e di aver avviato 12 indagini ispettive.

Recupero di denaro per la giustizia. Alfano, poi, ha sottolienato che ci sarà un "recupero" di denaro per la Giustizia dal Fondo Unico Giustizia. "Dopo questa fase di rodaggio - ha detto - il sistema di recupero metterà a disposizione della giustizia risorse che autoproduce e che a oggi non vengono utilizzate". Ci sarà un ulteriore cambio di passo sul controllo della spesa, che passerà per un "imprescindibile potenziamento delle misure di controllo", Secondo il ministro, infatti "l'analisi costi-benefici è poco seguita negli uffici giudiziari", mentre ormai è imprescindibile visto il costante contrarsi delle risorse disponibili

 

 

Ilda Boccassini: "Il problema sono i Pm nelle mani dei consulenti"

di Lionello Mancini

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27 gennaio 2009

"Insistere ancora oggi sulla figura di Genchi è un modo per evitare i temi veri all'origine di questo polverone. E i temi veri sono: il ruolo del Pubblico ministero nelle inchieste e l'eccezionale utilità dell'analisi dei tabulati in ogni tipo di indagine". Così Ilda Boccassini, Sostituto procuratore della Repubblica a Milano, delimita il terreno di conversazione sul caso del consulente palermitano al centro della tormenta politico/mediatica del momento. Limiti rigorosi, anche se non ha difficoltà a confermare ciò che è arcinoto: nel 1992, quando accettò l'applicazione in Sicilia per indagare sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, conobbe l'allora dirigente di Ps Gioacchino Genchi, uno dei primi esperti in tlc, specialità all'epoca rara come rari erano certi apparecchi e certe tecniche d'indagine.

Dopo qualche mese, però, ne chiese l'allontanamento e lo ottenne dall'allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi. Perché? "Inutile entrare nel dettaglio di episodi così lontani. Ma una riflessione vale ancora oggi: un'inchiesta procede e va a buon fine se il magistrato che deve dirigerla fa il suo lavoro. Innanzitutto scegliendo con cura i collaboratori e anche assumendo decisioni impopolari, se necessarie". Rifacendosi alla sua esperienza nella conduzione delle inchieste più delicate dell'ultimo ventennio – dalla criminalità organizzata a Mani pulite, al terrorismo brigatista – il magistrato mette in guardia sulle origini di fenomeni alla Genchi: "Il Pm deve saper coordinare Polizia giudiziaria e consulenti, deve affidarsi ad altre competenze, ma anche verificare che fine fanno le deleghe assegnate".

Per tornare a 15 anni fa, date le sue competenze, a Genchi vennero affidati incarichi che egli iniziò a svolgere, ma senza convincere i titolari dell'inchiesta. Parisi decise di destinarlo ad altro incarico ma per arrivare a ciò, Boccassini dovette mettere sul tavolo quel "o lui o io", rivendicando il rispetto di quei ruoli che oggi sembra vacillare.

Se già allora le forze di Polizia arrivarono ai colpevoli di Capaci, riflette la Pm, possono ben farlo adesso, con i mezzi e le nuove tecnologie a loro disposizione. "Proprio non capisco – dice – perché tanti colleghi, specie quelli delle grandi sedi come Milano, Palermo, Roma o Reggio Calabria, scelgano consulenti privati, quando dispongono di personale investigativo di altissima qualità e dotato di mezzi ormai sofisticatissimi". E se il problema, come dice qualcuno, è che i privati sono più efficienti "siamo proprio noi magistrati che dovremmo pretendere dallo Stato mezzi e aggiornamento adeguati per la nostra Polizia giudiziaria".

Ancora, è grave se "un Pm non segue passo a passo, non definisce il lavoro degli ausiliari di Pg, tanto più se si tratta di privati. E può persino accadere che i colleghi si lascino soppiantare nella direzione delle indagini, accettando relazioni obiettivamente irricevibili" perché invece di risposte ai quesiti dell'Autorità giudiziaria, trovano spazio "ipotesi, collegamenti e deduzioni che la legge riserva al Pubblico ministero".

E che dire della tendenza mostrata da molte Procure, di rivolgersi ai costosi servizi dei privati quando potrebbero ricorrere a risorse interne? "Ci sono materie in cui questo è indispensabile, come le consulenze mediche o di tipo ingegneristico. Ma nelle mie inchieste, quando ho dovuto affrontare analisi finanziarie e analisi di tabulati, ho lavorato con la polizia giudiziaria. E con ottimi risultati". Quando è indispensabile rivolgersi all'esterno, "chiedo preventivi e discuto i prezzi, perché sto spendendo soldi pubblici, soldi dei contribuenti". Ma l'esperienza porta Ilda Boccassini a sentirsi decisamente più garantita dal rapporto con la Pg "perché attingono dati da database molto completi, mentre un privato non può o non potrebbe avere a disposizione dati riservati come quelli dello Sdi o archivi storici". E a quanto risulta, Genchi svolge i suo lavoro da privato, ancorché sia un poliziotto in aspettativa da 13 anni.

L'altro punto che allarma non poco il magistrato, riguarda le possibili limitazioni all'utilizzo dei tabulati. "Potrei fare molti esempi, ma è facile intuirlo: stabilire attraverso le tracce elettroniche del cellulare, della carta di credito, dei telepass, dove si trova una persona a una certa ora; se telefona o no a qualcuno, se chiama o è chiamato più o meno spesso da una certa utenza, sono tutti elementi che formano prove documentali importantissime. Prove da collegare ad altre risultanze, ma sono ormai indispensabili sia per individuare un colpevole sia per scagionare un innocente. Ed è successo, succede in

 

 

 

 

 

SCHEDA / Come funzionano le intercettazioni

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27 gennaio 2009

A) Il Pubblico ministero fornisce al consulente i numeri di telefono d'interesse per verificare quali utenze l'indagato chiama, da quali riceve telefonate.

NOTA: Va considerato che se un soggetto acquista 5 carte Sim e possiede 5 apparecchi cellulari, l'utente è uno ma i record da controllare diventano molti di più.

B) Il consulente riceve l'incarico e chiede anche a più riprese al magistrato di inviare ai gestori telefonici i decreti con i numeri di telefono da verificare, mano a mano che questi emergono dai tabulati forniti dal gestore.

NOTA: Molto spesso, per snellire il lavoro, dopo l'invio una tantum della richiesta del magistrato, i contatti con i gestori telefonici vengono mantenuti direttamente dal consulente o dalla Pg, facendo riferimento al numero di decreto iniziale. Inoltre, a seguito della portabilità del numero, la richiesta raggiunge i diversi gestori, i quali individuano i propri clienti e forniscono all'Autorità Giudiziaria i tabulati di loro competenza.

C) Sulla base dei tabulati, il perito o la Pg analizzano i contatti relativi ai numeri di telefono d'interesse e individuano quelli più frequenti, o quelli concentrati in un dato arco temporale o geografico. Se occorre, procedono con la richiesta di nuovi tabulati.

NOTA: Dal 3 luglio 2008, i gestori sono tenuti a cancellare tutti i dati risalenti a due anni prima. Fino a quel momento, il Pm poteva richiedere ai gestori tabulati degli ultimi due anni (o anche di più ma solo per i reati indicati nella legge Pisanu su terrorismo e sicurezza dello Stato). Per le richieste di dati oltrei due anni fino a luglio occorreva l'autorizzazione del Gip.

D) Alcuni gestori forniscono i numeri già collegati a un'anagrafica dell'intestatario del contratto; ad altri, se il magistrato vuole abbinare un nome a un numero deve farne esplicita richiesta.

I numeri dell'archivio Genchi

A quanto è dato finora sapere, i server sequestrati nello studio di Genchi e analizzati dal Ros dei carabinieri hanno rivelato, nelle inchieste Why not e Poseidon l'avvenuta richiesta di:

1.042 tabulati dai quali risultavano

1.000.000 di contatti che hanno portato a

578.000 anagrafiche

 

 

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